Sabato 24 maggio ho partecipato a uno di quegli eventi che ti smuovono dentro, che non ti lasciano tornare a casa uguale a prima: il seminario di Paolo Borzacchiello “Come funzionano (davvero) le emozioni: la scienza dell’intelligenza emotiva”. Da lì è partito un vortice di riflessioni. Perché ci illudiamo spesso che basti “sentire” per essere emotivamente intelligenti. Pensiamo che l’intelligenza emotiva sia solo questione di empatia, di ascolto, di capacità di riconoscere le emozioni. Ma Paolo ci ha mostrato una verità tanto semplice quanto potente: non esiste intelligenza emotiva senza intelligenza linguistica.
Le emozioni hanno bisogno di parole: da sole sono energia indistinta, è il linguaggio che dà loro forma. Solo quando sappiamo nominare quello che proviamo possiamo iniziare a capirlo, contenerlo, trasformarlo. Se non abbiamo le parole per dire “sono frustrato”, ci resterà solo un senso sordo di rabbia; se non abbiamo le parole per dire “sono emozionato e un po’ spaventato”, rischiamo di confondere tutto sotto l’etichetta generica di “ansia”.
Innanzitutto, le emozioni non sono solo “sentimenti” astratti, sono reazioni chimiche reali. Ne “La chimica segreta delle interazioni umane”, Paolo Borzacchiello ci porta dentro una verità che spesso sottovalutiamo: quando proviamo paura, rabbia, gioia, vergogna, il nostro cervello rilascia sostanze come cortisolo, adrenalina, dopamina, serotonina — molecole che cambiano il nostro corpo, il nostro respiro, il nostro battito cardiaco, il nostro modo di percepire il mondo. Ma la cosa sorprendente è quanto il linguaggio influenzi direttamente questa chimica. Pensiamoci: quando qualcuno ci dice “va tutto bene, sono qui con te”, sentiamo fisicamente una distensione, un respiro più profondo, il cuore che rallenta. Quando invece riceviamo un “sei sempre il solito, non fai mai niente bene”, sentiamo un pugno nello stomaco, la tensione alle spalle, la mente che si chiude. Non è solo psicologia: è biochimica! Le parole hanno un potere neurochimico: attivano circuiti neuronali, rilasciano sostanze, modificano il modo in cui percepiamo noi stessi e gli altri. E questo vale non solo per ciò che ci dicono gli altri, ma anche — e soprattutto — per le parole che diciamo a noi stessi. Borzacchiello, infatti, ci spiega chiaramente che il nostro dialogo interno non è innocuo. Ripeterci frasi come “non ce la farò mai” aumenta i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, ci mette in modalità di difesa, ci chiude. Dirci invece “ok, è difficile, ma sto imparando” genera dopamina, ci dà una spinta, ci fa percepire uno spazio di crescita. Questo è il cuore della chimica segreta: le parole sono leve chimiche. E possono diventare veleno o medicina, a seconda di come le usiamo. Non basta essere “bravi comunicatori” per fare la differenza: bisogna capire che effetto biologico hanno le nostre parole, su noi stessi e sull’altro. Ecco perché ampliare il nostro bagaglio linguistico non è solo una questione culturale o intellettuale: è una pratica di benessere, per noistessi e per chi ci sta accanto. Più parole conosciamo, più finezza abbiamo nel percepire e modulare le nostre emozioni, più capacità abbiamo di regolare anche quelle degli altri.
Più parole abbiamo a disposizione, più possibilità abbiamo di etichettare le sfumature sottili delle emozioni, di dare un nome preciso a ciò che ci attraversa. Questo non è un esercizio banale: dare un nome a ciò che sentiamo cambia profondamente il nostro stato d’animo. Immaginiamo la differenza tra dire: “Sto male” e “Sento un misto di nostalgia e insicurezza per quello che sta succedendo”. Nel primo caso, la mente resta aggrovigliata in un groviglio indistinto, in un malessere generico che non può essere affrontato. Nel secondo caso, appena spezziamo il nodo e distinguiamo i fili, già iniziamo a vedere possibilità: possiamo chiamare un amico per sentirci più sicuri? Possiamo scrivere a qualcuno per placare la nostalgia? Più è precisa la parola, più è preciso il rimedio. In “Bada come parli”, Borzacchiello evidenzia proprio questo aspetto: le parole non descrivono il mondo, lo creano. Se ripetiamo a noi stessi “non ce la farò mai”, stiamo costruendo dentro di noi un’identità di impotenza. Se diciamo “questa è una sfida interessante”, stiamo preparando il terreno per il coraggio.
Il modo in cui ci raccontiamo le cose plasma il nostro mondo interno. Se dopo un fallimento ci ripetiamo “sono un fallito”, ci stiamo creando un’identità rigida, che ci farà sentire bloccati e incapaci di riprovare. Se invece diciamo a noi stessi “questa volta non è andata come volevo, ma sto imparando a gestire meglio la situazione”, costruiamo poco per volta un’identità flessibile, resiliente, che ci aiuterà a crescere. Non è una questione di mentirsi, ma di scegliere quale cornice narrativa vogliamo dare a quello che viviamo. La stessa realtà può generare dolore sterile o dolore trasformativo, gioia superficiale o gioia profonda — tutto dipende da come la raccontiamo a noi stessi. Le emozioni diventano esperienze se le sappiamo raccontare!
Non possiamo controllare tutto ciò che ci succede, è vero, ma possiamo sempre scegliere le parole che usiamo per raccontarcelo. E in quella scelta c’è libertà, potere, benessere. Ed è qui che arriva la riflessione più profonda, che Paolo ci regala in “Basta dirlo”: ognuno di noi deve avere la libertà di raccontarsi le cose come vuole. Posso dire “sono un disastro” oppure “sto imparando”. Posso dire “questo momento è difficile” oppure “sto attraversando un processo di crescita”. La realtà non cambia — ma cambia la nostra relazione con essa.
Più ricco è il nostro linguaggio, più sfumature possiamo cogliere; più sfumature cogliamo, più moduliamo il nostro stato interno; più moduliamo il nostro stato interno, più diventiamo capaci di vivere pienamente gioie e dolori, senza esserne schiacciati, ma lasciandoci trasformare.
Più parole conosciamo, più finezza abbiamo nel percepire e modulare le nostre emozioni, più capacità abbiamo di regolare anche quelle degli altri. Diventiamo, in un certo senso, chimici delleemozioni: persone capaci di scegliere le parole giuste per creare armonia, per abbassare la tensione, per generare energia positiva. Un leader, un genitore, un amico, un partner che sa usare bene le parole può letteralmente aiutare l’altro a regolare il proprio stato interno, a trovare calma, sicurezza, fiducia. Quando ascoltiamo qualcuno che ci parla con cura, si attivano in noi neuroni specchio, circuiti di empatia, ormoni del legame come l’ossitocina. Quando invece riceviamo parole tossiche, scattano i meccanismi di allarme, si alza la barriera, ci difendiamo. Ecco che la consapevolezza linguistica diventa una responsabilità: ogni volta che parliamo, stiamo agendo chimicamente su chi ci ascolta! Ecco perché ampliare il nostro bagaglio linguistico non è solo una questione culturale o intellettuale: è una pratica di benessere, per noi stessi e anche per chi ci sta accanto.
E allora sì, dobbiamo leggere di più. Non per collezionare parole come trofei, ma per ampliare il nostro repertorio emotivo. Ogni parola in più è una possibilità in più di capirci, di raccontarci, di costruire significati che ci sostengano, di essere una presenza più consapevole e attenta per chi ci sta accanto — perché saper usare bene le parole non nutre solo il nostro mondo interiore, ma diventa un dono prezioso anche per gli altri, capace di creare connessione, conforto e crescita condivisa. Senza parole, le emozioni restano grezze, bloccate. Con le parole giuste, diventano ponti, aperture, movimenti. Perché, come ci ha insegnato Paolo sabato scorso, le emozioni non sono nemiche da combattere, ma alleate da comprendere. E il primo passo per comprenderle è dare loro voce





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