La scena del mattino sembra sempre la stessa coreografia imperfetta: auto accostate in terza o quarta fila, motori che restano accesi “solo un minuto”, bambini che scendono in fretta e genitori trafelati che si promettono, tra sé e sé, che domani andrà meglio.
Io sono una di quei genitori. Ogni giorno mi dico che domani uscirò con calma, che non lascerò l’auto in bilico, che non correrò all’ultimo secondo. E ogni giorno, puntualmente, il mio tempo mi scivola un po’ tra le mani.
Col tempo — quello reale e quello che immagino — ho capito che il ritardo non è una semplice cattiva abitudine. È un modo diverso di percepire il mondo.
C’è chi vive il tempo come una serie lineare di passi solidi e prevedibili, uno dopo l’altro, senza sovrapposizioni. E poi ci sono io — e tanti altri — che oscillano. Che infilano una lavatrice mentre bevono il caffè. Che rispondono a un messaggio mentre cercano le chiavi.
Che pensano: “Posso farcela, mi basta un attimo”, anche quando l’attimo non basta quasi mai.
Secondo la psicologia, il ritardo cronico non è mancanza di rispetto o menefreghismo. È un fenomeno molto più ricco e stratificato, che coinvolge pianificazione, percezione del tempo, memoria, attenzione e perfino la nostra biologia cerebrale.
In altre parole: se arriviamo spesso tardi, non è detto che sia colpa nostra.
Ma può diventare responsabilità nostra capirlo — e lavorarci.
L’errore di pianificazione: il grande classico della mente umana
Una delle spiegazioni più comuni riguarda l’errore di pianificazione: molte persone sottostimano sistematicamente quanto tempo serve per svolgere un’azione. Non è un atto volontario: è un vero bias cognitivo. Il pensiero tipico è: “Dieci minuti e sono pronta”. Nella realtà ne servirebbero venti.
Ma il cervello insiste sull’opzione più ottimistica, quasi sempre sbagliata.
Personalità policronica: l’illusione del multitasking
Un’altra radice del ritardo è la personalità policronica: chi vive il tempo in modo fluido, non sequenziale, sovrappone attività diverse con naturalezza.
Colazione + mail + messaggio + lavatrice: sembra efficienza. In realtà, è dispersione cognitiva.
Quando la mente si divide su troppi fronti, perde la percezione precisa della durata dei singoli compiti. Risultato: ci si sente avanti, mentre il tempo si accumula alle spalle.
Tipo A e tipo B: due cronometri diversi nella stessa ora
La psicologia distingue anche tra persone “tipo A” e “tipo B”. I primi sono veloci, orientati all’obiettivo, tendenzialmente puntuali. I secondi sono più rilassati, contemplativi, più soggetti al ritardo. La differenza non è solo comportamentale: è percettiva. In esperimenti sulla percezione del minuto: i “tipo A” dicevano stop dopo 58 secondi; i “tipo B” dopo 77 secondi.
Per alcuni il tempo corre. Per altri scorre lento. E la realtà oggettiva — l’orologio — diventa un arbitro implacabile.
Le neuroscienze del ritardo: l’ippocampo e le “cellule del tempo”
Il cervello gioca un ruolo fondamentale.
La percezione delle durate è fortemente influenzata dall’ippocampo, la regione che gestisce la memoria, l’orientamento e la sequenza degli eventi. Qui risiedono le cosiddette cellule del tempo, neuroni che scandiscono gli intervalli e contribuiscono alla nostra timeline mentale. Non funzionano esattamente allo stesso modo in ogni individuo.
Se sei una persona facilmente distraibile, sensibile, creativa, con una mente che abbraccia più stimoli contemporaneamente, è probabile che il tuo “metronomo interno” non batta in sincronia con l’orologio esterno. È un’orchestra splendida, ma con tempi suoi — non sempre regolari.
Il linguaggio emotivo del ritardo: ciò che comunichiamo senza volerlo
Arrivare tardi non è mai neutro. Alcuni lo vivono come un imprevisto trascurabile, altri come una ferita. Il ritardo può essere interpretato come: mancanza di rispetto, scarsa considerazione, narcisismo temporale, disinteresse. Non perché sia davvero così, ma perché questa è la lettura sociale più comune.
E le scuse? Sono un territorio scivoloso. Io stessa, quando capisco di essere in ritardo, entro in un vortice emotivo. So che la cosa giusta sarebbe avvisare subito, in modo semplice. Eppure, non sempre ci riesco.
C’è però un altro aspetto, poco raccontato, che molti ritardatari conoscono bene: arrivare troppo in anticipo può far stare male. Non è solo imbarazzo. È come se ci si sentisse fuori posto, esposti, arrivati alla porta del tempo altrui prima che ci fosse concesso entrarci. Per questo, spesso, restiamo a casa qualche minuto in più… convinti che vada bene così. E puntualmente, non va bene.
Vivere in un tempo diverso non significa essere sbagliati
Il ritardatario non è un ribelle del tempo, né un manipolatore delle attese. È qualcuno che vive in un fuso orario interiore più morbido, più emotivo, più complesso. Forse è il prezzo laterale della creatività. Forse è la conseguenza di una mente ramificata, non lineare.
Ma il mondo, giustamente, non aspetta. E allora il vero lavoro è imparare a far dialogare il tempo interno con quello esterno, senza negarne nessuno dei due.
Imparare a camminare accanto al tempo, invece di tirarlo per la giacca, è una pratica che richiede pazienza e consapevolezza. Non è un cambiamento improvviso, né una svolta spettacolare: è un dialogo lento, imperfetto, ma sempre più autentico tra ciò che percepiamo dentro e ciò che accade fuori.
E forse è proprio questo — più della puntualità impeccabile — il vero punto di partenza per un modo diverso di abitare il tempo, con meno lotta e più presenza.





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