Bottasso – Speciale Spazio Mamma
La Dott.ssa Carla Tosco ne parla con la Dott.ssa Rosa D’Addio, farmacista puericultrice
Dormono meno, si muovono meno, parlano meno.
E spesso sono anche più irritabili, più ansiosi e più soli.
L’ingresso sempre più precoce di smartphone, tablet e dispositivi digitali nella vita dei bambini è uno dei temi che oggi preoccupa maggiormente pediatri, psicologi ed esperti dell’età evolutiva. Non perché la tecnologia sia “il male”, ma perché il cervello dei bambini non è progettato per gestire un’esposizione continua a stimoli digitali così intensi e precoci.
Ne parla La Dott.ssa Carla Tosco, farmacista, farmacologa, consulente nutrizionale e professionista certificata della salute psicofisica, con la Dott.ssa Rosa D’Addio, farmacista puericultrice, all’interno della rubrica “Bottasso – Speciale Spazio Mamma”.
“La tecnologia oggi è ovunque,” spiega la Dott.ssa Carla Tosco. “Fa parte del lavoro, della comunicazione e della vita quotidiana. Ma proprio perché è così presente dobbiamo imparare a usarla con maggiore consapevolezza, soprattutto quando si parla di bambini.”
Il cervello dei bambini ha bisogno di esperienze reali
Nei primi anni di vita il cervello cresce a una velocità straordinaria. Linguaggio, attenzione, regolazione emotiva, capacità relazionali e apprendimento si costruiscono attraverso esperienze concrete: movimento, contatto umano, gioco libero, dialogo, sguardi, voce, silenzi e perfino noia.
“Un bambino piccolo non ha bisogno di uno schermo per svilupparsi bene,” racconta Rosa D’Addio. “Ha bisogno di persone che gli parlino, che lo guardino negli occhi, che giochino con lui e che gli lascino il tempo di esplorare il mondo reale.”
Le evidenze scientifiche più recenti mostrano che un’esposizione troppo precoce agli schermi può associarsi a ritardi nello sviluppo del linguaggio, difficoltà attentive, alterazioni del sonno e maggiore sedentarietà.
“Molti genitori usano il tablet o il telefono per calmare i bambini durante i pasti, in macchina o nei momenti di fatica,” osserva Carla Tosco. “Ed è comprensibile, perché la quotidianità spesso è frenetica. Il problema nasce quando il digitale diventa una risposta automatica a ogni momento di noia, attesa o emozione difficile.”
La noia non è un nemico
Uno dei concetti più importanti da recuperare oggi è proprio questo: i bambini non hanno bisogno di essere intrattenuti continuamente.
“La noia è fondamentale,” sottolinea Rosa D’Addio. “È da lì che nascono creatività, fantasia e capacità di stare con se stessi.”
Quando ogni momento vuoto viene riempito da video, giochi digitali o notifiche, il cervello si abitua a una stimolazione continua e perde gradualmente tolleranza all’attesa e alla lentezza.
Eppure l’infanzia è fatta proprio di questo: inventare giochi, osservare le nuvole, costruire storie, fare domande, annoiarsi, muoversi, sporcarsi, ridere senza motivo.
“Ogni ora passata davanti a uno schermo,” aggiunge Carla Tosco, “è spesso un’ora sottratta al movimento, alle relazioni reali, al sonno o alla fantasia.”
Sonno, emozioni e relazioni: cosa cambia davvero
Uno degli aspetti più sottovalutati riguarda il sonno.
L’utilizzo serale di smartphone e tablet può interferire con la qualità del riposo, aumentando difficoltà ad addormentarsi, risvegli notturni e stanchezza durante il giorno. La luce blu degli schermi, infatti, altera i normali meccanismi che regolano il ritmo sonno-veglia.
Ma non c’è solo il sonno.
“Nei bambini più grandi e negli adolescenti vediamo spesso aumentare ansia, bisogno continuo di approvazione e difficoltà relazionali,” racconta Rosa D’Addio. “I social possono amplificare il confronto costante con gli altri e creare la sensazione di dover essere sempre presenti, sempre performanti, sempre connessi.”
Il rischio non è soltanto la dipendenza tecnologica, ma anche la perdita graduale di alcune competenze emotive fondamentali: tollerare la frustrazione, sostenere la noia, affrontare il silenzio, vivere relazioni autentiche senza filtri.
L’esempio degli adulti resta la vera educazione digitale
I bambini imparano osservando.
“Non possiamo chiedere ai figli di staccarsi dallo schermo se noi siamo i primi a vivere continuamente con il telefono in mano,” riflette Carla Tosco.
Per questo la prevenzione digitale parte soprattutto dagli adulti: dai pasti senza smartphone, dal tempo condiviso davvero, dalle conversazioni senza notifiche, dai momenti offline vissuti in famiglia.
Non servono proibizioni rigide o demonizzazioni. Serve equilibrio.
“La tecnologia non va eliminata,” precisa Rosa D’Addio, “ma accompagnata. I bambini hanno bisogno di adulti presenti che insegnino loro a utilizzare questi strumenti senza diventarne dipendenti.”
Quindi: quando dare il primo smartphone?
Non esiste una risposta identica per tutti. Ogni bambino ha tempi, maturità e bisogni diversi.
Quello che oggi molti esperti suggeriscono è di ritardare il più possibile l’accesso autonomo a smartphone e social network, soprattutto nei primi anni della scuola primaria.
“Guadagnare tempo è importante,” conclude Carla Tosco. “Non per tenere i bambini lontani dal mondo, ma per prepararli meglio ad affrontarlo.”
Perché crescere non significa arrivare prima.
Significa arrivare pronti.





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