Ci sono donne che ricordano tutto. La visita dei figli. La terapia dei genitori. Il compleanno dell’amica. La spesa da fare. Il farmaco da ritirare. La riunione delle cinque. Il messaggio a cui rispondere. Il controllo del marito da prenotare. La borsa della palestra.
Poi, da qualche parte, nell’agenda c’è anche un appuntamento con se stesse. Quello, però, può aspettare. La mammografia la si prenota la prossima settimana. Il controllo ginecologico appena si ha un momento. Quella visita che si rimanda da mesi la si farà quando questo periodo sarà un po’ più tranquillo. Il problema è che quel periodo tranquillo, molto spesso, non arriva mai.
Ottobre si colora di rosa proprio per ricordarcelo. È il mese dedicato alla sensibilizzazione sui tumori femminili e, in particolare, sul tumore della mammella, che rimane la neoplasia più frequentemente diagnosticata nelle donne. Ma forse, prima ancora dei numeri, ottobre dovrebbe servire a farci una domanda molto più semplice: quando è stata l’ultima volta che abbiamo messo la nostra salute in cima alla lista?
Il corpo femminile è straordinariamente abituato al cambiamento. Cambia nell’adolescenza, cambia con il ciclo mestruale, può cambiare profondamente durante una gravidanza e dopo un parto. Cambia ancora con la perimenopausa e la menopausa. Cambia con gli anni, con gli ormoni, con lo stress, con ciò che viviamo. Ed è forse anche per questo che noi donne impariamo presto ad adattarci: a convivere con un dolore, a minimizzare una stanchezza, a considerare normale sentirsi sempre un po’ affaticate. A pensare che occuparsi del proprio corpo possa essere rimandato perché, in fondo, c’è sempre qualcosa di più urgente. Eppure quel corpo è la nostra casa per tutta la vita.
Per molto tempo il corpo femminile è stato soprattutto osservato, giudicato, definito attraverso ciò che doveva essere o fare. Oggi possiamo provare a cambiare prospettiva: non più un corpo-oggetto da guardare, correggere o mettere al servizio degli altri, ma un corpo-soggetto, da abitare, conoscere e ascoltare. Un corpo che appartiene alla donna e che cambia insieme a lei, diventando parte della sua storia. E forse la prevenzione comincia proprio da qui. Dal considerare il nostro corpo non qualcosa che deve semplicemente funzionare, apparire bene o permetterci di continuare a fare tutto ciò che dobbiamo fare. Ma qualcosa che merita di essere ascoltato.
C’è un equivoco che vale la pena sciogliere. Quando parliamo di prevenzione oncologica, non stiamo parlando di vivere continuamente alla ricerca di qualcosa che non va.
Al contrario: prevenire significa occuparsi della salute quando ancora ci sentiamo bene. Significa agire su ciò che possiamo modificare attraverso lo stile di vita e significa aderire agli screening e ai controlli raccomandati in relazione all’età, alla storia personale e familiare e al proprio profilo di rischio. Nel caso del tumore della mammella, la diagnosi precoce può permettere di individuare una malattia quando è ancora in una fase iniziale e le possibilità terapeutiche sono generalmente maggiori.
Ed è proprio questo il senso dello screening: cercare prima che qualcosa si faccia sentire.
Naturalmente nessun esame sostituisce il rapporto con il proprio medico e i percorsi non sono identici per tutte. Età, familiarità e storia personale possono modificare indicazioni e frequenza dei controlli. Ma esiste un principio che vale per tutte: non aspettare necessariamente un sintomo per iniziare a occuparsi della propria salute.
E, allo stesso tempo, conoscere il proprio corpo significa accorgersi dei cambiamenti: un nodulo, una modificazione della pelle o del capezzolo, qualcosa che compare e persiste non significa automaticamente tumore, ma merita di essere riferito al medico e valutato.
Non allarmarsi. Ma nemmeno ignorarsi.
Il “rosa” di ottobre porta inevitabilmente l’attenzione soprattutto sul tumore mammario, ma la prevenzione femminile è molto più ampia. Pensiamo, per esempio, al tumore della cervice uterina.
In questo caso disponiamo di strumenti di prevenzione particolarmente importanti: la vaccinazione contro il Papillomavirus umano, HPV, e i programmi di screening attraverso HPV test e Pap test secondo le indicazioni previste per età e percorso individuale. È uno degli esempi più belli di ciò che la medicina moderna può fare quando ricerca, prevenzione e partecipazione delle persone riescono a incontrarsi.
Perché un esame può essere disponibile, uno screening può essere organizzato, una vaccinazione può essere offerta… ma a un certo punto serve anche un gesto individuale: esserci!
Poi esiste una prevenzione meno visibile. Non ha una data cerchiata sull’agenda e non dura venti minuti in un ambulatorio. È quella che costruiamo ogni giorno. Muoversi regolarmente. Mangiare in modo equilibrato. Non fumare. Limitare il consumo di alcol. Mantenere, per quanto possibile, un peso adeguato. Dormire. Imparare a gestire lo stress. Conoscere la propria storia familiare.
Non significa credere che uno stile di vita corretto possa renderci invulnerabili, sarebbe scientificamente sbagliato e anche profondamente ingiusto nei confronti di chi si ammala.
Significa riconoscere che una parte del nostro rischio può essere influenzata dalle nostre abitudini e che prendersi cura di sé non coincide con un singolo controllo annuale.
La salute si costruisce anche nelle cose piccole e apparentemente insignificanti che ripetiamo centinaia di volte: una passeggiata, una sigaretta non accesa, un bicchiere in meno, un pasto scelto con maggiore consapevolezza, un’ora sottratta alla sedentarietà, una visita che finalmente smettiamo di rimandare. Nessun gesto, da solo, garantisce il futuro. Ma insieme raccontano qualcosa di importante: ho deciso che vale la pena occuparmi di me.
Chi si prende cura di chi si prende cura? Forse è questa la domanda che mi piace lasciare in questo ottobre rosa. Perché per generazioni abbiamo raccontato la donna attraverso la sua capacità di cura: la donna che tiene insieme, che accudisce, che anticipa i bisogni, che si ricorda, che accompagna, che organizza, che resta. E quella capacità è una forza straordinaria. Ma diventa pericolosa quando, nell’elenco delle persone di cui occuparsi, manca sempre la stessa persona: lei.
Oggi abbiamo conquistato molto più spazio, libertà e autodeterminazione rispetto alle generazioni che ci hanno preceduto. E forse una delle forme più concrete di questa libertà è proprio poter dire:
il mio corpo merita attenzione anche quando non sta chiedendo aiuto. Non perché dobbiamo vivere con la paura di ammalarci, ma esattamente per il contrario: perché vogliamo vivere.




