L’intestino non è il solo a lavorare alla digestione del cibo per l’organismo: lo aiuta una popolazione di microbi che svolge attività metaboliche e nutrizionali, ha funzione protettiva e stimola la risposta immunitaria di fronte all’attacco di agenti patogeni residenti o arrivati dall’esterno.
Tutti i microrganismi dell’intestino, in parte autoctoni e in parte di origine ambientale, fanno parte del cosiddetto microbiota che costituisce l’ecosistema più concentrato a tutt’oggi noto. Il numero dei microrganismi presenti al suo interno è pari a 10 volte quello delle nostre cellule, che sono circa 10 mila miliardi.
La popolazione di microbi “buoni” dell’intestino (che sono la grande maggioranza), tra l’altro protegge l’ospite, cioè l’uomo, producendo il muco che fa da barriera tra i microrganismi e le cellule che formano le pareti dell’intestino. Inoltre stimola la risposta infiammatoria e le difese immunitarie nel caso di un attacco al nostro organismo.
Per questi motivi il microbioma è diventato un campo di estremo interesse per tutta la medicina, perché a differenza di alcuni fattori che non sono modificabili e che incidono sull’insorgenza di malattie – come l’età e la genetica – modificare il microbioma si può. Almeno in teoria.
Nel 2010, uno studio eseguito da alcuni ricercatori dell’Ospedale Meyer e del dipartimento di Farmacologia dell’Università di Firenze ha rivelato che alcuni bambini del Burkina Faso, abituati a una dieta quasi vegetariana e ricchissima di fibre, hanno nell’intestino una popolazione di microbi molto più ricca e varia rispetto a quella contenuta nell’intestino dei coetanei fiorentini, abituati a mangiare zuccheri, grassi, carne e molte meno fibre. E che i primi soffrono molto meno rispetto ai secondi di malattie autoimmuni non trasmissibili.
I ricercatori hanno inoltre dimostrato che esiste una correlazione stretta tra ciò che mangiamo, i microbi che abitano l’intestino e il nostro stato di salute. L’impoverimento del microbiota sarebbe alla base della recente diffusione di patologie tipiche della società contemporanea, come il cancro del colon, le malattie autoimmuni, ma anche dell’obesità, di patologie depressive e disturbi d’ansia. Secondo le ricerche del microbiologo Usa Justin Sonnenburg, quando la nostra dieta si impoverisce di fibre, i batteri abituati a metabolizzarle, non trovandone più a disposizione, attaccano il muco che protegge l’intestino dagli altri microbi e questi ultimi, arrivati a contatto con le cellule intestinali, provocano un’infiammazione.
Fornire del buon cibo ai nostri batteri significa offrire loro “energia pulita”: il cibo rappresenta, infatti, la fonte principale di energia del Microbiota intestinale.





Leave A Reply