Ben ritrovati.
Ci siamo lasciati a giugno e ci ritroviamo alla fine di agosto, con ancora un po’ d’estate addosso e, almeno per quanto mi riguarda, qualche pensiero in più da riportare a casa.
Perché le vacanze servono anche a questo: a rallentare abbastanza da lasciare spazio a pensieri che durante l’anno finiscono sommersi dal rumore delle cose da fare.
La mia estate, come prevedibile, è stata accompagnata da moltissimi libri. Si sa, sono una lettrice quasi ossessivo-compulsiva. Tra tutti, però, due hanno lasciato una traccia più profonda: Theo da Golden e La forma della felicità di Allen Levi e Ci basterà mangiare il vento di Gianluca Gotto.
Due romanzi molto diversi che, sorprendentemente, mi hanno portata nello stesso luogo. Quello in cui una storia smette di essere soltanto una storia e comincia a riguardarci.
Perché ci sono libri che leggiamo. E poi ci sono libri che, senza chiedere permesso, leggono noi.
E così, per il primo articolo dopo la pausa estiva, non vorrei parlarvi di qualcosa che so o che ho studiato, ma di qualcosa a cui sto ancora pensando.
Tre parole: gentilezza, tristezza e karma.
E una domanda: quanto di ciò che siamo è il risultato di ciò che ci è accaduto e quanto, invece, possiamo ancora scegliere di diventare?
La rivoluzione silenziosa della gentilezza
Theo è un uomo anziano che arriva in una piccola cittadina del Sud degli Stati Uniti e decide di acquistare novantadue ritratti degli abitanti per restituirli, uno alla volta, alle persone raffigurate.
Ma quei ritratti sono soltanto un pretesto. Il vero dono di Theo è un altro: vede le persone. Le guarda davvero. Le ascolta. Riconosce fragilità, solitudini e ferite che gli altri spesso non notano più.
E leggendo ho pensato alla potenza dei piccoli gesti gentili. Una telefonata. Ricordarsi qualcosa che ci è stato raccontato. Ascoltare senza guardare l’orologio. Una parola buona pronunciata proprio quando sarebbe più semplice tacere. Gesti minuscoli, capaci però di cambiare la giornata di qualcuno. A volte molto di più.
E capaci di fare bene anche a chi li compie, perché per un momento ci fanno uscire dal recinto dell’io per accorgerci che davanti a noi esiste un altro essere umano.
Forse è questa la forza rivoluzionaria della gentilezza: in un mondo che ci vuole veloci, competitivi e concentrati su noi stessi, scegliere di vedere l’altro.
La tristezza non è un errore
Ma dietro la luce di Theo da Golden c’è anche molta tristezza. Perdite, rimpianti, assenze, persone che non torneranno. E questo mi ha fatto pensare a quanto la nostra società sembri avere dichiarato guerra alla tristezza. Dobbiamo stare bene, essere positivi, motivati, performanti. Se siamo tristi dobbiamo capirne immediatamente la ragione e possibilmente “risolverla”.
E se invece la tristezza non fosse sempre un problema da risolvere?
Schopenhauer scriveva che la vita oscilla come un pendolo tra il dolore e la noia. Una visione poco allegra, certo, ma che ci ricorda qualcosa di essenziale: una vita completamente priva di sofferenza non esiste. Come conosceremmo davvero la gioia senza avere sperimentato la tristezza? Il valore di una presenza senza conoscere un’assenza?
La luce esiste perché conosciamo il buio. Non significa glorificare il dolore. Significa accettare che faccia parte della vita. Forse crescere non vuol dire imparare a essere sempre felici, ma diventare capaci di contenere entrambe le cose: gioia e tristezza. Sapendo che nessuna resterà per sempre.
Il karma non è una condanna
Ed è qui che Ci basterà mangiare il vento incontra sorprendentemente il primo romanzo. Il protagonista porta dentro di sé un’infanzia difficile e la convinzione che amore e sofferenza siano inevitabilmente legati. Passa anni cercando di liberarsi dal passato attraverso disciplina, meditazione e spiritualità. Finché emerge una domanda: essere in pace significa non soffrire più, smettere di sentire o imparare finalmente a stare dentro ciò che sentiamo, nel bene e nel male?
Ed entra in gioco il karma. Non come una sorta di tribunale cosmico che prima o poi presenta il conto, ma in un’accezione molto più umana. Siamo anche ciò che abbiamo vissuto. Le persone incontrate, il modo in cui siamo stati amati, le paure imparate, le ferite ricevute. Tutto lascia tracce e quelle tracce influenzano il modo in cui amiamo, reagiamo, scegliamo e ci difendiamo.
Ma una traccia non è una sentenza. Possiamo ricevere una storia senza essere obbligati a ripeterla. Essere stati feriti senza scegliere di ferire. Aver conosciuto l’assenza e decidere di esserci.
Possiamo cambiare il nostro karma. Non cancellando ciò che siamo stati, ma smettendo di considerarlo l’unica versione possibile di ciò che saremo.
Diventare casa
Ed è pensando al romanzo di Gotto che mi è rimasta addosso un’ultima immagine: la casa.
Passiamo molto tempo a cercare il luogo nel quale finalmente stare bene. Cambiamo città, lavoro, relazioni. Partiamo, torniamo, qualche volta scappiamo. Ma forse casa non è un luogo. È uno stato d’animo. Perché ovunque andiamo, noi ci siamo. E allora la vera sfida non è trovare casa, ma diventare casa: costruire dentro di noi un luogo capace di accogliere ciò che siamo stati e ciò che
ancora possiamo diventare. Una casa con stanze luminose e angoli bui, fatta di gioia e tristezza, vittorie, sconfitte e ripartenze. Perché stare bene non significa eliminare ciò che fa male, ma imparare ad attraversarlo senza lasciargli scegliere la nostra direzione.
Forse è proprio qui che gentilezza, tristezza e karma si incontrano: non possiamo scegliere tutto ciò che la vita ci consegna, ma possiamo scegliere cosa farne.
E forse anche vivere a lungo comincia da qui: dall’avere cura della nostra casa, fuori perché ci rappresenta, dentro perché ci abitiamo.
Possibilmente a lungo. Ma soprattutto, bene.





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